Autenticità Rimossa

scritto da R. E. Harlow
Scritto 20 ore fa • Pubblicato 4 ore fa • Revisionato 4 ore fa
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Autore del testo

Immagine di R. E. Harlow
Autore del testo R. E. Harlow
Immagine di R. E. Harlow
Autenticità Rimossa nasce dalla paura che la tecnologia non si limiti a mostrarci migliori, ma finisca per correggere ciò che proviamo, trasformando dolore, empatia e autenticità in errori da nascondere.
- Nota dell'autore R. E. Harlow

Testo: Autenticità Rimossa
di R. E. Harlow

Ogni mattina mi sveglio alle sette precise.

Non perché abbia dormito abbastanza. Non perché mi senta pronto. Semplicemente perché la sveglia decide che è il momento.

Non suona più da anni.

Sorride.

Sul comodino, il piccolo schermo ovale si accende nel buio della stanza e mostra il volto di una donna che non esiste. Pelle perfetta, occhi luminosi, labbra ferme in un sorriso calmo. Uno di quei volti creati per piacere a tutti e non appartenere davvero a nessuno.

“Buongiorno. Oggi è un giorno perfetto per sorridere.”

Resto sdraiato ancora qualche secondo.

La stanza sa di chiuso, di lenzuola usate troppo a lungo e di polvere tiepida. Dal muro vicino alla finestra arriva un odore leggero di umidità. La macchia sul soffitto si è allargata durante la notte: ha i bordi scuri, irregolari, e se la fisso abbastanza sembra una bocca aperta.

Una bocca muta.

La voce della sveglia torna, più dolce.

“Il tuo livello di riposo è insufficiente. Si consiglia atteggiamento positivo compensativo.”

Chiudo gli occhi.

Per un istante provo a restare fuori dal giorno. Fuori dalle strade piene di facce lucide, fuori dai maxischermi, dai sorrisi obbligatori, dalle app che misurano tutto, perfino il modo in cui respiri davanti agli altri.

Poi mi alzo.

Il pavimento è freddo sotto i piedi. Mi attraversa le piante come un piccolo avvertimento.

Vado in bagno, urino, tiro l’acqua. Il rumore dello scarico riempie il silenzio dell’appartamento e poi sparisce nei tubi con un gorgoglio basso, malato. Mi lavo le mani e la faccia. L’acqua è gelida, ma non mi sveglia davvero. Mi lascia solo la pelle più tirata.

Sullo specchio compare una scritta in basso a destra.

Rilevato calo dell’espressione facciale.

Mi guardo.

La mia faccia vera è sempre peggio.

Ho occhiaie profonde, la barba cresciuta male, la pelle spenta. Gli occhi sono quelli di uno che ha dormito, ma non si è riposato. Provo a sorridere, solo per controllare se ne sono ancora capace.

La bocca si solleva appena.

Non sembra un sorriso.

Sembra una ferita che cerca di sembrare educata.

Apro il cassetto sotto il lavandino.

Dentro ci sono tre maschere.

La prima è vecchia, ingiallita lungo i bordi, con una piccola crepa sullo zigomo sinistro. La seconda è quella aziendale, rigida, impostata su “cordialità produttiva” e bloccata dal datore di lavoro. La terza è nuova. È ancora nella confezione trasparente.

L’ho comprata ieri sera a rate.

Modello RK0183W della Yurkai Technology.

Sulla scatola c’è scritto:

Pelle sintetica adattiva. Micro-espressioni dinamiche. Compatibilità emotiva con SmileChain, WorkFace, LoveRate e FriendRank.

Sotto, in caratteri più piccoli:

Identità emotiva certificata. Sincronizzazione civica automatica.

E ancora più sotto, quasi nascosto dal riflesso della plastica:

Non devi stare bene. Devi solo sembrare pronto.

Apro la confezione.

La maschera ha un odore leggero di plastica nuova e disinfettante, come certi reparti d’ospedale appena puliti. È fredda tra le dita, morbida in un modo sbagliato. Non è ancora un volto: solo una superficie pallida e liscia, con due fessure per gli occhi e una linea sottile dove dovrebbe esserci la bocca.

La appoggio sul viso.

All’inizio non succede niente.

Poi la sento muoversi.

Aderisce alla fronte, scivola sulle guance, si stringe intorno al mento. Migliaia di minuscoli punti mi pizzicano la pelle, come aghi troppo piccoli per fare davvero male. Il materiale si scalda lentamente, assorbendo il calore del mio volto.

Non è dolore.

È peggio.

È intimità senza consenso.

Come se qualcosa mi stesse studiando da dentro.

Una luce azzurra lampeggia vicino all’occhio destro.

“Benvenuto nella tua nuova esperienza emotiva,” dice una voce morbida nel mio orecchio. “Vuoi importare le impostazioni precedenti?”

“No.”

La mia voce, sotto la maschera, suona ovattata.

“Vuoi scegliere un profilo?”

Mi guardo allo specchio.

La maschera ha già iniziato a copiare i miei lineamenti, solo rendendoli più accettabili. Le occhiaie sono attenuate, la pelle più liscia, la bocca meno stanca. Sembro ancora io, ma corretto. Ripulito. Presentabile.

“RK,” dico, “imposta su serenità.”

“Serenità impostata.”

Il volto nello specchio sorride.

Io no.

Faccio colazione in piedi. Caffè, sigaretta, mezzo biscotto secco.

Il caffè sa di bruciato. La sigaretta sa di colpa e cenere vecchia. Il biscotto si sbriciola tra i denti senza dolcezza, impastandosi alla saliva. Sullo schermo della cucina passa la pubblicità del Ministero del Benessere Civico.

Una famiglia seduta a tavola ride davanti a un piatto vuoto.

La felicità non dipende da quello che hai. Dipende da come lo mostri.

In basso compare il logo della Yurkai Technology.

Spengo lo schermo.

Si riaccende da solo dopo tre secondi.

Alle 07:42 esco di casa.

Nel corridoio del palazzo l’aria è più fredda che in appartamento. Odora di candeggina, muffa e cibo riscaldato. Qualcuno, al piano di sotto, sta già friggendo qualcosa. L’odore sale dalle scale e si mescola al disinfettante, creando una nausea sottile.

Sul pianerottolo c’è Kate.

“Buongiorno,” dice.

La sua maschera sorride con dolcezza.

È un modello vecchio. Si vede dai bordi troppo spessi vicino alle orecchie e dal leggero ritardo con cui le labbra seguono le parole. Quando parla, il sorriso arriva sempre una frazione di secondo dopo, come un pensiero aggiunto.

Sul collo ha un cerotto color carne.

Più grande di quello di ieri.

“Buongiorno,” rispondo.

La mia voce esce calma, morbida. Quasi gentile.

Ieri sera l’ho sentita gridare.

Prima un rumore secco, come una sedia rovesciata. Poi la voce di suo marito, bassa e impastata di rabbia. Poi Kate che diceva “no” più volte, sempre più piano. Poi un colpo contro il muro.

Io ero seduto sul letto, al buio.

Ho tenuto il telefono in mano per quasi dieci minuti.

Il pollice era fermo sopra il numero d’emergenza.

Non ho chiamato nessuno.

Non so se per paura, stanchezza o abitudine. Forse le tre cose ormai sono diventate la stessa.

Prima, Kate non parlava così piano.

Me la ricordo due anni fa, seduta sui gradini dell’ingresso con una pianta di basilico tra le mani. Diceva che il basilico moriva se lo trattavi con troppa prudenza. Bisognava tagliarlo, farlo respirare, non avere paura di rovinarlo.

Me ne aveva lasciato un vaso davanti alla porta.

Io l’avevo dimenticato sul davanzale.

Era seccato in una settimana.

Adesso, quando Kate parla, sembra sempre che stia chiedendo permesso a qualcuno che non è presente.

Il marito di Kate è uscito prima di lei. L’ho visto dall’occhiello della porta. Indossava una maschera costosa, una di quelle sottili, con la pelle sintetica così ben fatta da sembrare vera anche nelle piccole imperfezioni. Sembrava un uomo buono. Uno che compra fiori, paga le tasse, saluta i bambini e tiene aperta la porta dell’ascensore.

Prima di uscire le ha detto:

“Buona giornata, amore.”

Poi le ha accarezzato il cerotto con due dita.

Kate ha trattenuto il respiro.

L’ho sentito anche attraverso la porta.

Adesso lei mi guarda.

O meglio, la sua maschera mi guarda.

Gli occhi veri, sotto, restano bassi.

“È il nuovo modello?” chiede.

“Sì.”

“Ti sta bene.”

“Grazie.”

La mia RK aumenta il sorriso del quattro per cento. Lo sento ai lati della bocca: una trazione lieve, precisa, come due fili tirati da mani invisibili.

Kate abbassa la voce.

“Funziona?”

“Cosa?”

Lei guarda verso la porta del suo appartamento. La serratura è graffiata vicino alla maniglia. Non l’avevo mai notato. Sotto lo stipite c’è un piccolo pezzo di plastica nera: forse un sensore, forse una videocamera. Forse niente.

Kate se ne accorge e sposta subito lo sguardo.

“Lascia stare.”

Per un secondo vedo qualcosa dietro la maschera. Non una crepa fisica. Qualcosa negli occhi. Una piccola luce sporca, fragile.

Paura.

La mia mano si muove quasi da sola, come se volesse toccarle il braccio.

La RK vibra contro la pelle.

“Attenzione,” sussurra. “Contatto empatico non richiesto.”

Mi fermo.

Il braccio resta sospeso a metà, inutile, ridicolo.

Kate vede il movimento interrotto.

Per un attimo la sua maschera perde il sorriso.

Poi lo recupera.

“Buona giornata,” dice.

“Buona giornata.”

Scendo le scale invece di prendere l’ascensore.

Nel vano scale, il neon del secondo piano sfarfalla con un ronzio nervoso. Sui muri ci sono cartelli motivazionali plastificati, fissati con nastro adesivo trasparente.

Ottimizza il tuo impatto emotivo oggi.

Un profilo sereno protegge i tuoi contatti.

Le emozioni pubbliche influenzano la comunità. Aggiornale con cura.

Mi fermo davanti all’ultimo cartello.

Lo hanno appeso storto.

Non so perché, ma è la cosa più umana che vedo da giorni.

Al piano terra, vicino alle cassette della posta, hanno appeso un nuovo manifesto di SmileChain.

Due ragazzi si abbracciano davanti a un tramonto troppo arancione per essere vero. Sopra le loro teste galleggiano piccole icone luminose: cuore, sorriso, pollice alzato, moneta.

SmileChain presenta FriendRank.

Perché l’amicizia vera è quella che si può misurare.

Sotto ci sono le nuove funzioni:

Amico Verificato.

Indice di Reciprocità.

Compatibilità Emotiva.

E, più in basso:

Segnala relazioni non produttive. Aiutaci a mantenere sana la comunità.

Resto fermo a guardarlo.

Il poster è stampato su carta lucida. Riflette la luce sporca dell’androne e per un istante il mio volto sorridente compare tra quello dei due ragazzi.

“Che schifo,” penso.

La maschera non lascia passare nulla.

Il mio volto resta sereno.

Fuori, la città è già sveglia.

O forse non dorme mai.

L’aria del mattino sa di benzina, pioggia vecchia e pane industriale. I marciapiedi sono umidi. Le ruote degli autobus passano nelle pozzanghere lasciando scie nere sull’asfalto. Sopra le strade, i maxischermi parlano con voci dolci, continue, quasi materne. Non hanno bisogno di urlare. Sono ovunque.

Vendono bellezza, perdono, reputazione, compagnia, anestesia.

Una pubblicità mostra due persone che si abbracciano senza toccarsi.

Le emozioni non filtrate feriscono chi ti sta vicino.

Cammino verso la metro insieme a centinaia di persone.

Tutti hanno una faccia.

Nessuno ha un volto.

Ai bordi dei marciapiedi, i sensori civici seguono il flusso della folla con piccoli movimenti silenziosi. Sono incastonati nei lampioni, nei semafori, nelle pensiline degli autobus. Non sembrano telecamere. Sembrano occhi che hanno imparato l’educazione.

Quando una donna si ferma troppo a lungo davanti a una vetrina vuota, il lampione sopra di lei abbassa appena la luce. Sul suo polso compare una notifica. Lei si rimette a camminare.

Nessuno ci fa caso.

I ricchi si riconoscono subito: maschere sottilissime, quasi invisibili, perfette perfino nelle imperfezioni. Rughe studiate. Nei finti nei c’è più vita che negli occhi. Le loro espressioni cambiano con naturalezza, senza ritardi, senza vibrazioni.

I poveri invece hanno maschere spesse, lucide, con sorrisi troppo larghi o troppo fermi. Alcune si bloccano mentre parlano. Altre lampeggiano quando il credito è basso.

Vicino all’ingresso della metro, un uomo è seduto a terra con la schiena contro il muro. La sua maschera ha una crepa sulla guancia sinistra. Da sotto si vede la pelle vera, arrossata, irritata, piena di piccoli tagli. Tiene un cartello scritto a mano.

Mi servono 12 Crediti per aggiornamento facciale.

Nessuno lo guarda.

Non perché non lo vedano.

Perché guardarlo abbasserebbe l’umore.

Alla fermata della metro, una vecchia viene derubata.

Succede in fretta.

Un ragazzo con una maschera da adolescente felice le strappa la borsa. Lei prova a trattenerla, ma le dita non hanno forza. Cade di lato e batte la testa sul pavimento.

Il suono è piccolo.

Un colpo sordo, quasi educato.

La borsa si apre. Ne escono pillole, fazzoletti, una fotografia piegata. Una moneta rotola fino al bordo della banchina e resta lì, tremando appena per le vibrazioni dei treni.

La vecchia alza una mano.

“Aiuto.”

La sua maschera è rotta. Un occhio resta spalancato, l’altro continua a chiudersi e aprirsi in un sorriso difettoso. Il meccanismo produce un ticchettio leggero.

Tic.

Tic.

Tic.

Un agente è a pochi metri da lei.

Non ha l’aria di chi non ha visto. Ha l’aria di chi ha già deciso che non conviene vedere. Guarda il display sul polso. Una luce verde gli attraversa la visiera.

“Flusso regolare,” dice una voce dal suo dispositivo.

Poi si gira dall’altra parte.

La folla si apre intorno alla vecchia senza fermarsi. Nessuno la calpesta. Sarebbe maleducato. Semplicemente la evitano, come si evita una pozzanghera sporca.

Una ragazza tira fuori il telefono. Per un attimo credo voglia chiamare aiuto. Invece inquadra la vecchia, sceglie un filtro e inclina la testa finché la sua maschera non trova l’espressione giusta.

Compassione.

La mia gamba si muove.

Faccio un passo.

La RK stringe.

“Attenzione. Comportamento empatico non programmato.”

Faccio un altro passo.

La vecchia mi vede.

“Per favore,” dice.

Il mio corpo prova a chinarsi prima ancora che io decida davvero.

La RK reagisce nello stesso istante.

Calore sulle guance.

Mandibola stretta.

Sorriso forzato.

Mi blocco a metà movimento, con la mano sospesa nel vuoto. Gli occhi bruciano. La pelle tira così forte che per un attimo penso possa strapparsi.

“Serenità rafforzata.”

Il treno arriva.

L’aria calda della galleria mi investe la faccia. Odora di ferro, freni consumati e sudore. Le porte si aprono con un sospiro pneumatico.

La folla mi spinge dentro.

L’ultima cosa che vedo è la fotografia caduta accanto alla mano della vecchia.

C’è una bambina senza maschera.

Sorrideva davvero.

Arrivo al lavoro alle 08:56.

Quattro minuti in anticipo.

L’edificio della Helix Civic Solutions sembra sempre appena lavato. Vetro, metallo, superfici bianche che riflettono una luce troppo pulita. Quando entro, l’odore della strada resta fuori di colpo, tagliato dalle porte automatiche. Dentro c’è aria condizionata, plastica nuova e un profumo sintetico di agrumi.

Il tornello riconosce la mia maschera e lascia passare solo metà del mio corpo prima di fermarsi.

“Verifica emotiva in corso.”

Resto bloccato con una gamba oltre la barriera. Il metallo freddo mi preme contro la coscia.

Una telecamera scende dal soffitto e mi punta l’occhio destro.

“Rilevata esitazione compassionevole alle ore 08:21. Motivare.”

Deglutisco.

Ho ancora in gola l’odore della metro.

Dietro di me qualcuno sospira.

“Dai, muoviti.”

La RK risponde prima di me.

“Anomalia temporanea. Profilo stabilizzato.”

La telecamera resta immobile.

“Confermare fedeltà al benessere collettivo.”

La mia bocca si apre.

“Confermo fedeltà al benessere collettivo.”

Non sono stato io a dirlo.

O forse sì.

Il tornello si apre.

“Produttività riconosciuta. Due Crediti Sorriso aggiunti al profilo.”

Entro.

L’ufficio è tutto vetro, plastica bianca e piante finte. Troppo pulito per essere umano. La luce dei neon non cambia mai: non è calda, non è fredda, è solo presente. Costante. Appiccicata alle cose.

I miei colleghi sono già alle scrivanie.

Tutti digitano.

Tutti sorridono.

Il suono delle tastiere riempie la stanza come pioggia secca.

Tac tac tac.

Tac tac tac.

Tac tac tac.

Nessuno parla davvero. Ogni tanto qualcuno emette una risata breve, calibrata, subito riassorbita dal rumore dell’aria condizionata.

La cosa peggiore non è che fingano.

È che alcuni non sembrano più accorgersene.

Dall’ufficio del capo arrivano gemiti soffocati.

La porta è chiusa male. Il vetro opaco vibra appena, a intervalli irregolari. La segretaria ride. Lui anche. Sono suoni bassi, impastati, coperti quasi subito dal ronzio del condizionatore.

Sul profilo SmileChain della moglie del capo, che lavora tre piani sopra il nostro, ogni mattina appare una foto con la stessa didascalia:

Sposata con l’uomo migliore del mondo.

Ha due milioni e mezzo di follower.

Mi siedo alla mia postazione.

La sedia è fredda. Il sedile ha preso la forma del mio corpo negli anni, ma non è mai diventato comodo.

Lo schermo si accende.

“Buongiorno, dipendente 44-K. Ricorda: un volto positivo crea un ambiente positivo.”

La mia maschera aumenta il sorriso del dodici per cento.

Sento tirare ai lati della bocca.

Non sono i miei muscoli.

È peggio.

Sono i suoi.

Apro le pratiche del giorno.

Reclami, cancellazioni, profili sospesi, lutti non certificati, sorrisi sospetti, relazioni improduttive, richieste di reintegro emotivo.

Il mouse è liscio e freddo sotto le dita. Ogni clic sembra più forte di quanto dovrebbe.

La prima pratica riguarda una donna a cui è morto il figlio.

Ha scritto:

Mio figlio è morto. Non riesco a sorridere. Chiedo proroga di quindici giorni.

Resto fermo.

Il cursore lampeggia.

La richiesta è accompagnata da una foto. Una donna con una maschera economica, un foulard nero, le mani strette una nell’altra. Dietro di lei una stanza piccola, pareti giallastre, un mazzo di fiori appassiti sul tavolo.

Il sistema ha già analizzato il volto.

Dolore rilevato: 87%.

Autenticità emotiva: non certificabile.

Rischio contagio: medio.

La risposta automatica è già pronta:

Gentile utente, comprendiamo il disagio. Tuttavia il dolore non autorizza comportamenti destabilizzanti. Le consigliamo il pacchetto Lutto Sereno Basic.

Clicco su “approva risposta”.

La mia mano trema.

La RK lo rileva.

“Stabilità emotiva in calo.”

Sento un sapore amaro in bocca. Non so se viene dal caffè o da me.

Chiudo gli occhi.

“Non adesso.”

“Vuoi acquistare Felicità Premium?”

“No.”

“Vuoi acquistare Felicità Premium?”

“No.”

La pratica scompare.

Al suo posto compare una notifica di FriendRank.

Nuova richiesta di connessione personale.

Aggrotto la fronte.

O almeno provo ad aggrottarla.

La maschera corregge il movimento prima che finisca.

Sul monitor appare il nome.

Kate M. vuole aggiungerti come Amico Non Verificato.

Resto immobile.

Nessuno usa più quella funzione.

Gli Amici Non Verificati non danno Crediti, non migliorano il profilo, non aumentano la compatibilità emotiva. Sono relazioni libere. Quindi inutili. Quindi rischiose.

Il sistema mostra un avviso.

Le amicizie non verificate possono esporre l’utente a emozioni non filtrate. Procedere?

Sotto ci sono due pulsanti.

Accetta.

Segnala.

La mia mano resta sospesa sul mouse.

La plastica sotto il palmo è fredda, ma io sto sudando.

La RK sussurra:

“Si consiglia segnalazione preventiva.”

Guardo i due pulsanti.

Accetta.

Segnala.

Una scelta stupida, piccola. Una cosa che una volta non avrebbe avuto nessuna importanza. Una persona ti chiedeva amicizia e tu decidevi se parlarle oppure no.

Adesso sembra una confessione.

Clicco su Accetta.

Per tre secondi non succede nulla.

Poi il monitor si oscura.

Relazione non produttiva rilevata.

Sento la maschera raffreddarsi di colpo, come se tra la pelle e il materiale fosse passata una lama d’aria.

Al suo posto appare una finestra di chat.

Kate sta scrivendo.

Le parole compaiono lentamente.

Tu ti ricordi com’era parlare senza sorridere?

Rileggo la frase.

Una volta.

Due.

Tre.

Dentro il petto sento qualcosa muoversi. Non è gioia. Non è paura. È peggio.

È memoria.

Prima delle maschere, prima dei Crediti, prima dei sorrisi caricati online, prima che ogni emozione dovesse diventare presentabile, c’erano momenti inutili. Persone sedute sui gradini. Silenzi senza imbarazzo. Qualcuno che ti chiedeva come stai e aspettava davvero la risposta.

Scrivo:

No.

Cancello.

Scrivo:

Forse.

Cancello.

Alla fine scrivo:

Mi ricordo il silenzio.

Il messaggio rimane lì, solo un secondo.

Poi sparisce.

Kate lo ha cancellato.

La risposta arriva subito dopo.

Non posso lasciare tracce.

Poi anche quella frase scompare.

Ne arriva un’altra.

Non voglio tornare a casa stasera.

La RK vibra.

“Richiesta emotiva ad alto rischio.”

La finestra viene parzialmente oscurata da un avviso.

Vuoi attivare il filtro Serenità?

Clicco no.

La maschera stringe.

Kate scrive ancora.

Controlla i miei messaggi. Controlla chi saluto. Dice che se parlo con qualcuno mi segnala come instabile.

La frase sparisce.

Poi resta solo l’ultima.

Ho paura.

Resto a fissare quelle due parole.

Ho paura.

Non c’è sticker. Non c’è filtro. Non c’è sorriso. Non c’è punteggio.

Solo due parole nude.

Il capo esce dal suo ufficio sistemandosi la cravatta. La segretaria lo segue con la camicetta stropicciata, ma la maschera impeccabile. Nell’aria resta un odore debole di dopobarba costoso e sudore coperto male.

Lui passa tra le scrivanie, controllando gli schermi.

Le sue scarpe non fanno quasi rumore sul pavimento lucido.

Quando arriva dietro di me, si ferma.

“Dipendente 44-K.”

Minimizzo la chat.

Troppo tardi.

Lui ha visto.

Sorride, ma questa volta noto una cosa che non avevo mai notato prima: sotto l’occhio sinistro, la sua maschera pulsa appena. Un difetto minuscolo. Una vibrazione breve, come un nervo scoperto.

“Problemi relazionali?” chiede.

“No.”

La RK aggiunge dolcezza alla mia voce.

“No, nessun problema.”

Il capo resta fermo alle mie spalle. Per un secondo non dice niente. Poi passa un dito sotto il bordo della propria mandibola, come se qualcosa gli desse fastidio.

“Qui siamo una famiglia,” dice.

Dalle scrivanie, alcuni colleghi ripetono senza alzare lo sguardo:

“Una famiglia.”

Il capo guarda il monitor. Sullo schermo compare un nuovo pulsante.

Segnala Kate M. come soggetto emotivamente instabile.

Mi appoggia una mano sulla spalla.

La sento attraverso la camicia. È asciutta, calda, pesante.

“È per il suo bene,” dice.

La sua voce è morbida.

Quasi triste.

Questo mi spaventa più di tutto.

“Le persone fragili devono essere aiutate prima che danneggino la comunità.”

Guardo il pulsante.

La chat lampeggia sotto.

Kate sta scrivendo.

Il capo si avvicina al mio orecchio. Il suo respiro sa di menta artificiale.

“Clicca.”

La RK sussurra nello stesso momento:

“Scelta consigliata: Segnala.”

Il cursore si muove.

La mia mano lo segue.

Mi sembra di essere nella metro, piegato a metà davanti alla vecchia, mentre il corpo decideva di obbedire a qualcun altro.

Il pulsante è lì.

Basta un clic.

Kate verrebbe prelevata, corretta, forse trasferita in un Centro di Stabilizzazione. Tornerebbe dopo qualche settimana con una maschera nuova, magari migliore della mia. Non avrebbe più paura. Non avrebbe più nulla.

La mia mano trema.

Il capo abbassa la voce.

“La prima volta è sempre la peggiore.”

Non capisco se stia parlando a me o a se stesso.

Poi aggiunge:

“Dopo, smette di bruciare.”

La sua maschera sorride.

I suoi occhi no.

La chat si apre da sola.

L’ultimo messaggio di Kate appare sullo schermo.

Pensavo che almeno tu riuscissi ancora a vedermi.

La maschera stringe.

Sento il sorriso allargarsi.

Troppo.

Fa male.

Il capo dice:

“Clicca.”

La RK dice:

“Clicca.”

I colleghi smettono di digitare.

Uno alla volta alzano la testa.

Tutti sorridono.

Tutti aspettano.

Decine di facce serene, decine di occhi vuoti. Un ufficio intero trattenuto dentro lo stesso sorriso.

Il cursore è sul pulsante.

Segnala.

Penso alla vecchia nella metro.

Penso alla bambina nella fotografia.

Penso a Kate sul pianerottolo, con il cerotto sul collo e gli occhi bassi.

Penso alla pianta di basilico seccata sul davanzale.

Penso alla mia mano che si era fermata.

Penso a tutte le volte in cui non ho fatto niente e ho chiamato quella cosa prudenza.

Poi sposto il cursore.

Il capo smette di sorridere.

Solo per un istante.

Sotto il suo occhio sinistro, la maschera pulsa di nuovo.

Più forte.

Come se anche lei ricordasse qualcosa che lui aveva seppellito.

Clicco sulla chat.

Scrivo:

Non tornare a casa. Aspettami davanti alla vecchia edicola alle 18:10.

Invio.

Per un secondo il mondo resta muto.

Anche l’aria condizionata sembra fermarsi.

Poi l’ufficio esplode di notifiche.

Deviazione empatica grave.

Protocollo di correzione attivato.

La RK brucia.

Non metaforicamente.

Brucia davvero.

Il calore mi attraversa guance, fronte, mandibola. È come se qualcuno mi avesse premuto il viso contro una lastra rovente. Mi manca il respiro. La bocca resta aperta, ma l’aria non entra bene.

Cado dalla sedia.

O forse vengo spinto. Non capisco.

Mi ritrovo in ginocchio sul pavimento bianco. Il pavimento sa di detergente e gomma. Le mani scivolano sulla superficie lucida.

Il capo arretra di un passo, come se avessi sputato sangue.

“Pessima scelta,” dice.

La maschera parla dentro la mia testa.

“Autenticità rilevata.”

Sullo schermo davanti a me appare una domanda.

VUOI RIMUOVERE LA MASCHERA?

Rido.

Non so da dove venga.

È una risata piccola, rotta, quasi un colpo di tosse.

Ma è mia.

La RK prova a correggerla.

Non ci riesce subito.

Porto le mani al volto.

Il capo urla qualcosa.

I colleghi si alzano tutti insieme. Le sedie strisciano sul pavimento con un suono lungo, acido.

Tocco il bordo della maschera sotto il mento.

Questa volta lo sento.

È sottile.

Caldo.

Vivo.

Infilo le dita sotto.

Tiro.

Un dolore bianco mi attraversa la faccia.

La maschera non viene via.

Tiro ancora.

Sento la pelle strapparsi.

Non so se sto togliendo lei da me o me da lei.

La RK urla nella mia testa.

“Interruzione non autorizzata.”

La voce non è più dolce.

È la mia voce.

Ma svuotata.

Tiro più forte.

Il mondo diventa rosso.

Per un istante vedo il mio riflesso nello schermo nero del computer.

La maschera è sollevata a metà.

Sotto non c’è il mio volto.

O meglio, c’è qualcosa che forse lo era stato.

Pelle pallida, compressa, senza espressione. Le labbra quasi scomparse. Gli occhi troppo grandi, come quelli di un animale rimasto chiuso al buio.

Non riconosco me stesso.

Ma mi riconosco abbastanza da avere paura.

La maschera si stacca con un suono umido.

Cado all’indietro.

Il dolore è così forte che per qualche secondo non riesco a respirare. La bocca si riempie di saliva e sapore metallico. Sento qualcosa di caldo colarmi lungo il mento.

Poi succede una cosa strana.

I colleghi arretrano.

Uno di loro porta le mani alla bocca.

Un altro abbassa lo sguardo.

Le loro maschere continuano a sorridere, ma gli occhi no.

Per la prima volta vedo il terrore filtrare sotto quelle facce perfette.

Il capo mi indica.

“Non guardatelo.”

Ma è troppo tardi.

Mi hanno visto.

Non la maschera.

Me.

La RK giace sul pavimento, accartocciata come una pelle morta. La superficie interna è umida, attraversata da filamenti sottili che tremano ancora. Continua a parlare con la mia voce.

“Nessun problema.”

“Nessun problema.”

“Nessun problema.”

Mi alzo.

Ogni centimetro della faccia brucia.

Sento l’aria sulla pelle viva.

Fa male.

È meraviglioso.

Corro verso l’uscita.

Il tornello prova a bloccarmi, ma senza maschera non riesce a riconoscermi. La telecamera scende dal soffitto.

“Utente non identificato.”

La colpisco con il gomito e continuo a correre.

Dietro di me le sirene dell’ufficio iniziano a urlare.

Fuori, la città è piena di maxischermi.

Tutti sorridono.

Tutti vendono qualcosa.

Tutti promettono pace.

Scendo le scale di emergenza fino alla strada. I gradini metallici vibrano sotto i miei piedi. Ogni respiro mi graffia la gola. Quando esco, l’aria del pomeriggio mi colpisce la faccia scoperta come uno schiaffo.

È fredda.

Sporca.

Viva.

Sa di asfalto bagnato, gas di scarico e pioggia in arrivo.

La gente si gira al mio passaggio. Alcuni urlano. Altri mi fotografano. Una bambina mi indica, ma sua madre le copre subito gli occhi.

“Non guardare,” dice. “È malato.”

Sul maxischermo più vicino appare un avviso rosso.

ALLERTA CIVICA.

Soggetto senza volto in circolazione.

Non stabilire contatto emotivo.

La mia immagine compare sopra la strada.

Non sembro umano.

Forse non lo sembro più.

Forse è questo il prezzo.

Corro fino alla vecchia edicola.

Sono le 18:07.

Kate è lì.

Ha un cappotto grigio e una piccola borsa stretta al petto. La sua maschera sorride ancora, ma il sorriso è instabile. Un angolo della bocca trema, come se sotto qualcuno stesse cercando di uscire.

Quando mi vede, fa un passo indietro.

Non la biasimo.

“Sei tu?” chiede.

La voce le trema.

Annuisco.

Lei guarda la mia faccia scoperta.

Il sangue mi cola lungo il mento. L’aria brucia sulle guance. Non so che espressione io abbia. Forse nessuna. Forse tutte insieme.

Kate si avvicina piano.

La sua RK emette un suono acuto.

“Pericolo. Soggetto emotivamente esposto.”

Lei si ferma.

La maschera le parla. La sento anch’io, un sussurro metallico che esce dai bordi vicino alle orecchie.

“Si consiglia allontanamento.”

Kate mi guarda.

Per la prima volta, non so se stia sorridendo.

La maschera sì.

Lei no.

Le tendo una mano.

Un gesto semplice.

Inutile.

Non verificato.

Non produttivo.

Non monetizzabile.

Kate guarda la mia mano come se fosse qualcosa di antico.

Poi solleva la sua.

La maschera sul suo volto vibra.

“Contatto empatico non autorizzato.”

Lei piange.

Le lacrime scendono sotto il bordo sintetico, perdendosi tra pelle vera e pelle finta.

“Ho paura,” dice.

“Anch’io.”

La mia voce esce roca, brutta, spezzata.

Vera.

Kate prende la mia mano.

Le sue dita sono fredde. Tremano. La stretta è debole all’inizio, poi più forte, quasi dolorosa.

Appena le nostre mani si chiudono l’una nell’altra, i sensori del lampione sopra di noi si orientano.

Poi tutti i maxischermi della strada diventano rossi.

RELAZIONE NON PRODUTTIVA CONFERMATA.

CONTAGIO EMPATICO IN CORSO.

La gente intorno a noi arretra.

Alcuni ci filmano. Altri ridono nervosamente. Altri abbassano lo sguardo, come se avessero visto qualcosa di osceno.

Una pattuglia si ferma all’angolo della strada.

Gli agenti scendono in tuta antisommossa.

Gli stivali battono sull’asfalto bagnato.

Kate stringe più forte la mia mano.

Poi fa qualcosa che non mi aspettavo.

Con l’altra mano cerca il bordo della sua maschera.

“Kate,” dico.

Lei scuote la testa.

“Non voglio più essere vista da loro.”

Le dita trovano il bordo sotto il mento.

La maschera le parla con una voce dolcissima.

“Kate, sei spaventata. Respira. Sorridi. Tutto passerà.”

Lei tira.

Urla.

Il suono attraversa la strada come vetro rotto.

Gli agenti iniziano a correre verso di noi.

Kate tira ancora.

La maschera si solleva di un centimetro.

Sangue.

Poi due.

Altro sangue.

La gente smette di ridere.

Qualcuno, nella folla, si tocca il proprio mento.

Un uomo con una maschera costosa fa un passo indietro, poi un altro. La sua bocca sorride, ma le mani tremano.

Kate urla ancora.

La sua maschera si stacca.

Cade sull’asfalto con un suono molle.

Per un secondo il mondo tace.

Il volto di Kate è pieno di segni. Lividi gialli, pelle arrossata, labbra spaccate. Ma sotto tutto quello, sotto il dolore, sotto la paura, c’è qualcosa che nessun algoritmo riesce a imitare.

Una persona.

Kate mi guarda.

Non sorride.

E proprio per questo sembra viva.

Gli agenti ci raggiungono.

Alzano i manganelli.

Poi si fermano.

Non per pietà.

Perché dietro di noi qualcuno sta piangendo.

Mi giro.

È un uomo con una maschera economica, lucida, troppo stretta per il suo volto. Non se la toglie. Non ci prova nemmeno.

Piange soltanto.

La maschera tenta di correggerlo. I microfilamenti vibrano vicino alla bocca, tirano gli angoli delle labbra verso l’alto, ma i muscoli veri cedono sotto. La plastica emette un ronzio basso, quasi vergognoso. Le lacrime scivolano sulla superficie lucida e cadono dal mento sintetico come se non appartenessero a nessuno.

La sua faccia sorride.

Lui no.

Accanto a lui, una ragazza abbassa il telefono con cui ci stava filmando.

Un vecchio guarda l’asfalto.

Una donna tiene la mano davanti alla bocca, come se avesse paura che da lì possa uscire qualcosa di vero.

Nessuno si ribella.

Nessuno grida.

Nessuno corre ad aiutarci.

Ma per qualche secondo nessuno sa più che faccia fare.

Il maxischermo sopra di noi lampeggia.

La pubblicità della Yurkai Technology prova a ripartire.

Una famiglia perfetta appare per metà, distorta, con il sorriso spezzato.

RK0183W. Non devi stare bene. Devi solo—

Lo schermo si spegne.

Per la prima volta, sulla strada cala un silenzio vero.

Niente musica.

Niente slogan.

Niente notifiche.

Solo respiri.

Gli agenti restano immobili.

Il loro casco riceve ordini che non riusciamo a sentire.

Uno di loro stringe il manganello.

Kate mi stringe la mano.

Io stringo la sua.

Non so cosa succederà dopo.

Forse ci arresteranno.

Forse ci correggeranno.

Forse domani i maxischermi diranno che eravamo malati, pericolosi, contagiosi. Forse nessuno ricorderà i nostri nomi. Forse il sistema troverà un nuovo modo per vendere anche questo momento.

Poi vedo una bambina dall’altra parte della strada.

È ferma accanto alla madre.

Ci guarda.

La madre prova a coprirle gli occhi, ma si blocca prima di toccarla. La sua mano resta sospesa a pochi centimetri dal volto della figlia.

La bambina infila due dita sotto il bordo della propria piccola maschera.

Non la strappa.

Non ancora.

La tiene lì.

Come se avesse appena scoperto che esiste un bordo.

Dal suo collare emotivo arriva un suono appena percettibile.

Bip.

La madre lo sente.

Lo sentono anche gli agenti.

Per un momento nessuno si muove.

Poi il maxischermo sopra di noi si riaccende.

Non mostra più me.

Non mostra più Kate.

Mostra il volto della bambina.

Sotto, una scritta bianca lampeggia sul fondo rosso.

ANOMALIA PRECOCE RILEVATA.

La madre abbassa lentamente la mano.

Non la mette sugli occhi della figlia.

La posa sopra quelle due dita minuscole.

Per un attimo sembra volerle togliere.

Invece resta lì.

Ferma.

Il maxischermo continua a lampeggiare.

ANOMALIA PRECOCE RILEVATA.

Ma la madre non si muove.

Autenticità Rimossa testo di R. E. Harlow
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